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Psicologia clinica

L’Ansia

Cosa sono Ansia, Paura e Panico? Impariamo a comprendere la nostra emotività.

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Cosa sono Ansia, Panico e Paura

Non sai cosa sono l’ansia, il panico e la paura? Certo che lo sai.

Se te lo chiedessi ne parleresti come farebbe un poeta: “L’ansia è un macigno sullo stomaco che ti schiaccia e ti fa sprofondare nei vortici delle tenebre”.

Senza disturbare la poesia, L’ansia è un’emozione? Non proprio. L’ansia anticipa le emozioni, nel 99 percento dei casi anticipa la paura. La paura è un’emozione.

L’ansia è una sensazione spiacevole che proviamo ogni qual volta percepiamo di poter essere minacciati da qualcosa perché potremmo esserne danneggiati.

L’ansia è uno stato di attivazione emotiva spiacevole.

 Ogni volta che potrebbe verificarsi qualcosa di pericoloso, la nostra mente attiva l’interruttore dell’ansia per metterci in guardia: tipo il senso di Ragno.

L’ansia si serve di tutte le funzioni della nostra mente: percezione, attenzione, memoria, pensiero e coscienza.

La nostra mente fa così e ci dice: “tu esisti e sei una cosa separata dal resto. Esistono cose che possono essere pericolose. Quindi stai attento a dove sono, memorizzale e presta loro attenzione.

Alcune cose, addirittura, non dobbiamo necessariamente incontrarle per sapere che possono essere pericolose, ma sono memorizzate nel nostro DNA fin dalla nascita, come ad esempio: le altezze, il buio, i rumori e gli esseri veloci e imprevedibili come gli scarafaggi.

L’ansia è alla base della vita di tutti gli esseri viventi con almeno mezzo cervello.  

A parità delle cose che succedono, ognuno di noi prova ansia allo stesso modo? No, Ognuno di noi prova l’ansia a modo suo: c’è chi ne sente tantissima e chi pochissima.

Considera che una parte dell’ansia che possiamo provare è biologicamente determinata ed è diversa per ognuno di noi: la cosiddetta ANSIA DI TRATTO (di personalità).

Ognuno di noi nasce predisposto a provare un certo tipo e una certa intensità di ansia. I nostri genitori non hanno solo determinato di colore avremmo avuto occhi e capelli ma anche quanto saremmo stati predisposti a preoccuparci. Il resto lo impariamo dalla nostra esperienza mediata dalla nostra predisposizione, dalla nostra sensibilità e dalla nostra curiosità.

Le conseguenze alle nostre esperienze completano il nostro modo di essere ansiosi.

L’ansia ha permesso a tutti gli animali, noi compresi, di aumentare le nostre probabilità di sopravvivenza e quindi di ottimizzare le possibilità di riprodurci.

Il vero problema sarebbe non provare ansia, l’umanità si sarebbe già estinta da un pezzo.

Probabilmente, per ogni persona che soffre patologicamente di ansia, c’è una persona che raramente la prova, tipo Brumotti: “a bombaaaaaazzza”.

Come ogni attivazione emotiva, l’ansia può avere diverse intensità, possiamo avvertire una leggera preoccupazione, possiamo essere seriamente preoccupati, possiamo avere paura o possiamo essere terrorizzati ed avere un vero e proprio attacco d’ansia o di panico.

L’unica cosa certa è che ogni volta che l’ansia emerge e sale d’intensità, noi dobbiamo fare qualcosa per farla scendere, come ad esempio scappare.

Certe volte, invece, se avvertiamo ansia per un qualcosa che dovremmo fare ma che per la quale, non ci sentiamo abbastanza pronti o all’altezza, per ridurre l’ansia, decidiamo di rinviare la prestazione o di rinunciarvi. In questi casi, avvertiamo immediatamente la riduzione della tensione, con benefici nel breve termine facilmente percepibili: “NON HO PIU’ L’ANSIA”; purtroppo in questi casi, i costi nel lungo periodo possono essere importanti.

Questi comportamenti vengono definiti: CONDOTTE DI EVITAMENTO.

Inoltre, l’intensità d’ansia provata dipende anche da quanto tempo crediamo di avere per agire.

Più crediamo di disporre di tempo a sufficienza per CONTROLLARE quello che ci spaventa o più pensiamo di avere tempo per prepararci a fare quello che dobbiamo fare, meno ansia avremo.

Più una cosa temuta è distante nel tempo e nello spazio meno ansia avremo.

Più una cosa temuta è vicina nel tempo e nello spazio più ansia avremo.

La nostra ansia dipende anche da un’altra cosa. Dipende dal luogo di origine della minaccia. Il luogo d’origine non è territoriale: America, Africa o Palermo. Una minaccia può essere fuori da noi e allora è tutto relativamente più facile, basta non farsi trovare o stare lontano; ma una minaccia può essere pure dentro di noi, dentro il nostro corpo o qualcosa del nostro corpo che funziona male.

In questi casi non è il mondo ad essere percepito come pericoloso ma siamo noi stessi che ci percepiamo come persone fragili e vulnerabili.

Questa è la vera differenza tra attacchi d’ansia e attacchi di panico.

 Una persona che soffre davvero di attacchi di panico è continuamente preoccupata della possibilità di avere attacchi di panico.

Temere gli attacchi di panico non è altro che temere per il proprio stato di salute. Questo è il problema.  Una persona che soffre di attacchi di panico non ha paura di qualcosa che può succedere fuori, ha paura di qualcosa che può succedere dentro: tipo un infarto. E non c’è tempo per andare a fare i controlli in ospedale, perché l’infarto può avvenire subito. ORA! Cosa c’è di più brutto del credere che puoi morire subito e senza motivo? Niente!

Diversa è la sensazione di chi crede di avere una salute cagionevole e di essere particolarmente fragile ma di avere comunque a disposizione il tempo per fare i controlli medici necessari.  In questi casi l’attenzione verso il proprio stato di salute è pure costante, l’ansia c’è sempre ma non è a livelli estremi come nel caso di chi soffre di attacchi di panico.

E invece? Cosa sono le fobie?

Nel caso delle fobie specifiche, la nostra ansia è determinata dalla sensazione di poter incontrare qualcosa che temiamo, ad esempio un cane.

Più il cane è vicino più intensa è l’ansia, fino a poter determinare un vero attacco d’ansia.

Un attacco d’ansia è simile ad un attacco di panico e magari anziché aiutarci a scappare ci paralizza, come succede ad una volpe quando incrocia i fari di una macchina.

L’ultima precisazione, come ho detto all’inizio, l’ansia anticipa spesso la paura. Se pensiamo che nell’altra stanza c’è un cane e per questo dobbiamo tenere la porta chiusa, allora proviamo ansia. Se il cane però dovesse riuscire a scappare e ce lo ritrovassimo davanti, allora proveremmo paura.

Concludendo…

Se per te, la tua ansia è un problema allora dovresti cominciare a capire che tipo di ansia hai.

La soluzione è diversa per ogni tipo di ansia e ci sono un bel po’ di tipi di ansia.

Per  prima cosa, pensi che il mondo sia pericoloso o che il debole sei tu? E quanto tempo hai per metterti in salvo? Abbastanza o troppo poco?

Psicologo sociale e del lavoro, specialista in psicoterapia cognitiva e comportamentale. Si definisce uno "Psicologo Seriale".

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Psicologia clinica

Noia, Angoscia e Disperazione

Cos’è la noia? Cos’è l’angoscia? Cos’è la disperazione? Perchè la noia può determinare un angosciante senso di vuoto?

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Scusatemi. Mi dispiace. La settimana scorsa non sono riuscito a pubblicare il contributo settimanale. Sono un po’ incasinato e ho poco tempo.

Mi sono però venute in mente alcune cose:

 Noi siamo fatti per fare cose.

Gli esseri umani devono fare cose.

 È la nostra natura. Non siamo più scimmie che amano stare sugli alberi a masticare foglie. Non ci possiamo fare niente. È vero che quando abbiamo troppe cose da fare, ci stanchiamo e magari diventiamo stressati e insofferenti, ma è anche vero che quando non abbiamo niente da fare per un bel po’ soffriamo di più: soprattutto se ci sentiamo anche soli.

Da sempre le persone, all’interno delle loro comunità sono sempre state abbastanza impegnate. Il tempo per dormire non è mai stato abbastanza. C’era sempre qualcuno che doveva andare al fiume a lavare i panni, qualcuno che doveva riparare il tetto di paglia e qualcun altro che doveva attraversare la foresta per portare buone o brutte notizie. Praticamente l’evoluzione sociale ha portato l’umanità a capire come fare meno cose per stancarsi di meno e per questo certe volte i figli non sono mai stati abbastanza. Forza lavoro semplice da mandare o a zappare o in guerra.  Ora, dopo 200mila anni di storia ci è quasi riuscita. Ma qui viene il bello. Perché se abbiamo sempre lottato per farci sfruttare il meno possibile, adesso il problema è opposto, nessuno sembra volerci più sfruttare e stiamo diventando praticamente inutili.

la cosa ancora più brutta è che se non abbiamo niente da fare ma gli altri invece qualcosa sembrano farla, è ancora peggio, perché siamo anche soli.

L’altra volta ero in macchina e alla radio passa una canzone, che fa così:

“ti ricordi quell’estate, in modo anche se pioveva, e poi se tornerai, riconquisteremo il mondo”.

Lo so, è una canzone degli 883, ma mi sono commosso lo stesso. Che ci posso fare.

Mi era tornato in mente un mio carissimo amico che non so per quale motivo non frequento più. Cioè, credo che ad un certo punto della sua vita abbia deciso che non c’era più motivo di frequentarci. Non abbiamo mai litigato.

E poi una dietro l’altra ho pensato a tutte quelle persone che ci hanno lasciato, anche io avevo nonni fantastici. Insomma, ho pensato a tutte quelle persone che ogni tanto la loro assenza ci fa sentire un po’ più soli.

Nessuna attività da fare + nessuna persona da incontrare = CATASTROFE.

Ti capita? Certo che ti capita.

Ed è un problema.

Questa volta vorrei parlare di questa cosa.

Ok, la conosci le passanti di Fabrizio de Andrè? No, non la conosci.

Immagini care per qualche istante
Sarete presto una folla distante
Scavalcate da un ricordo più vicino
Per poco che la felicità ritorni
È molto raro che ci si ricordi
Degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarti
È più difficile dimenticarti
Di quelle felicità intraviste
Dei baci che non si è osato dare
Delle occasioni lasciate ad aspettare
Degli occhi mai più rivisti

In queste due strofe c’è praticamente tutto. Il passato, con tutta la sua malinconia, lascia piacevolezza. Tristezza piacevole.

Non è il passato che condiziona il nostro stato emotivo presente, ma è il nostro presente che condiziona il nostro stato emotivo presente. È la spiacevolezza del presente che ci fa idealizzare il passato.

Ti ricordi quando ci siamo raccontati che lo stress è uno stato di tensione emotiva?

Ogni volta che abbiamo qualcosa da fare, perché la dobbiamo fare, siamo più o meno stressati in modo piacevole o spiacevole. Tutto quello che facciamo serve a riportarci ad un sopportabile o piacevole equilibrio emotivo. Giusto? Giusto.

Cosa succede quando non abbiamo niente da fare?

Ci annoiamo.

 La noia non è altro che uno stato personale totalmente privo di ogni tipo di tensione emotiva. Sei, triste? No. Sei Felice? No. Sei arrabbiato? No. Hai paura? No. Perfetto. Sei annoiato.

La noia è anche bella. Hai in mente quando facciamo qualcosa di importante? O raggiungiamo un obiettivo significativo? Bene. Dopo la gratificazione iniziale, quella che segue è una fase di noia. Bellissimo. Quello stato in cui tutto sembra non avere importanza. Siamo soddisfatti e ci godiamo il bel niente. Magari mettiamo un disco che non mettevamo da un bel po’ perché non avevamo neanche il tempo di pensare che l’avevamo ancora.

Bellissimo.

Ma che succede quando questo stato di noia è eccessivamente prolungato?

Cominciamo ad avvertire il vuoto.

Il vuoto emotivo non è altro che uno stato prolungato di noia. Uno stato in cui non solo non facciamo niente, ma non abbiamo un piano, un programma, delle aspettative. Mamma mia.

Bruttissimo.

La fregatura delle fregature è che il vuoto può diventare angoscia e l’angoscia  è devastante.

L’angoscia è quel peso insostenibile fatto di vuoto, disperazione e ansia.

Una tristezza profonda determinata dalla sensazione di non avere niente, nemmeno la speranza.

 E l’ansia determinata dalla sensazione di non avere possibilità o capacità di poterne uscire fuori.

E quindi che si fa. Come che si fa. Non ci stiamo cominciando a capire?

Fai qualcosa. Cosa? Qualsiasi cosa mannaggia. Non lo sai? Lo so.

Almeno comincia a pensarci.

Serve un piano.

Anche perché il rischio è che la fase successiva sia cominciare a pensare al suicidio e poi cominciare seriamente a prenderlo in considerazione. Cioè il suicidio sembra una via d’uscita e paradossalmente il piano per la nostra vita diventa pianificarne la fine. Non scherziamo.

Hai mai avuto il commodore 64? Io si. Ogni tanto mi ricordo quanto era bella giocare col commodore, ma diciamoci la verità i giochi facevano schifo. Erano bellissimi ma rispetto a quelli di ora, facevano schifo. Cioè solo chi non si gode la realtà continua a credere che era meglio prima.

Io i nonni non li ho più però quando guardo i miei figli con i miei genitori mi rendo conto che sono tornati.

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Generale

La psicoterapia cognitiva comportamentale non cura “solo il sintomo”

la psicoterapia cognitivo comportamentale non cura solo il sintomo. Questo pregiudizio nasce in contrapposizione agli altri modelli che…

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La terapia cognitiva comportamentale cura solo il sintomo?

Che vuol dire curare il sintomo?

L’altra volta un mio amico mi ha detto: “Sto cercando uno psicologo però non vorrei andare da un cognitivo comportamentale perché non ho un disturbo specifico, quindi non ho sintomi da curare. Mi piacerebbe di più parlare”.

Qualcosa di simile, il senso era questo.

Ma parlare di cosa del senso della vita? Dell’origine dell’universo?

Non credo.

Chi va dallo psicologo vuole risolvere il proprio disagio emotivo.

Se mi fa male una gamba e vado dal dottore, mica gli dico: “guarda, della gamba non mi interessa poi così tanto. Vorrei parlare dei sacramenti. Tu che ne pensi”.

Quindi,

 dallo psicologo ci vanno le persone che vivono un disagio emotivo più o meno complesso, più o meno intenso e più o meno prolungato nel tempo.

Sulla psicologia e sugli psicologi ci sono tanti pregiudizi e tanti stereotipi, questo è uno dei tanti ed in particolare si rivolge agli psicologi psicoterapeuti specialisti in terapia cognitiva comportamentale.

Vorrei approfittarne per chiarire alcune cose.

La terapia cognitiva comportamentale non cura i sintomi ma la persona nella sua totalità.

La credenza che la psicoterapia cognitiva comportamentale si concentrasse eccessivamente nella cura del “sintomo” si è diffusa in contrapposizione alle cosiddette terapie del profondo, tipo la psicanalisi.

Ci sono stati anni in cui i modelli psicoterapeutici erano in forte contrasto ed anche in competizione tra loro.

Tra le fazioni i cognitivisti accusavano gli psicoanalisti di perdersi in chiacchiere con la scusa di fare terapie inconcludenti che duravano secoli ma che loro definivano necessarie per curare davvero la persona in tutta la sua complessità e profondità;

e gli psicoanalisti accusavano i cognitivisti o comportamentisti di fare terapie eccessivamente concentrate sui sintomi che funzionavano all’inizio ma che poi alla lunga la malattia sarebbe ricomparsa.

Da parte mia posso dire e confermare che il fatto che la terapia cognitiva comportamentale si preoccupa di curare solo il sintomo è assolutamente falso, oltre che farlo sarebbe inutile.

Credo che tutti i modelli psicoterapeutici ormai si approccino alla persona in quanto tale.

il “sintomo”, rappresenta il problema attivo presentato dal cliente paziente ed esprime la difficoltà, la criticità che si vorrebbe approfondire e risolvere.

Per esempio, non serve che la persona dica: “sono depresso e penso di volermi suicidare tanto tutto è inutile”, per identificare 2 sintomi: Umore basso e assenza di speranza. Il solo fatto di dire: “sono insoddisfatto, penso che mi manchi qualcosa ma non so esattamente cosa”, frase che ogni tanto potremmo pensare e dire tutti” è di per sé sintomatica perché esprime un disagio emotivo. Un disagio emotivo che può essere semplice e lineare o complesso e strutturato ed è da queste prime dichiarazioni che bisogna approfondirne origine e complessità.

Quello che dico sempre è: “cominciamo a raccontarci le cose più facili ed ovvie e poi se non dovesse bastare, approfondiremo senza cadere in facili e magiche interpretazioni.

Esattamente come ispira il principio del rasoio di Occam che alla fine è il principio che orienta la scienza.

Ne hai mai sentito parlare? Te lo racconto brevemente. Ce ne sono mille versioni ma sinteticamente la storia è questa: una volta un signore ha trovato un oggetto dalla forma strana durante degli scavi archeologici  e allora tutti gli archeologici, storici e filosofi del mondo si sono riuniti per capire cos’era. Qualcuno diceva è uno strumento di misurazione del tempo, qualcun altro addirittura diceva che serviva ad aprire un portale extra dimensionale per gli alieni. Alla fine, ad un certo punto uno dice: “Signori, è un rasoio. Rilassatevi. Questa pietra prima era affilata e la usavano per farsi la barba”.

Posso confermare che “il profondo” se necessario, è approfondito pure dai comportamentisti, nel momento in cui fanno un’analisi e una valutazione delle esperienze di vita precoci che se particolarmente spiacevoli, hanno potuto predisporre, determinare e condizionare negativamente la crescita della persona.

In ogni caso,

smettiamola di cadere nel tranello fomentato ultimamente pure dai vari counselor e coach che dicono che dallo psicologo ci vanno quelli che hanno un disturbo psicologico preciso mentre da loro ci vanno quelli che vogliono parlare di come diventare campioni ricchi e forti.

 A parte che non sarebbero capaci di riconoscere chi ha un disturbo psichiatrico da chi non ce l’ha, queste persone giocano a fare gli psicologi esercitando abusivamente la professione.

Ma va bene così, andiamo dove vogliamo. Sono secoli che nella maggior parte dei casi basta andare dal prete o nei casi peggiori dal barbiere.

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Psicologia clinica

La Gelosia

Cos’è la gelosia? perché può essere pericolosa? Come si riconosce la gelosia? Come si gestisce e si controlla la gelosia?

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A proposito di Gelosia…

Come per le altre emozioni, proviamo a vederci più chiaro.

Cos’è la gelosia? Come funziona? Come la gestiamo?

Sicuramente non sarò esaustivo, non è possibile esserlo in questo modo, ma spero almeno di essere un po’ utile.

Se hai letto gli altri contributi, dovresti sapere che l’attivazione emotiva dipende da come interpretiamo quello che sta succedendo.

Ogni volta che succede qualcosa, la nostra mente osserva, interpreta e giudica. Lo fa continuamente. Se qualcosa per la nostra mente è rilevante, allora attiva l’emozione che ritiene più opportuna. Così facendo, la nostra attenzione selettiva viene coinvolta ed agiamo nel modo che a nostro avviso ci riporterà alla serenità.

D’altra parte,

ogni nostro comportamento potrebbe essere un piano finalizzato all’equilibrio emotivo.

  • Ho paura dei cani? L’ansia va su. Entro in macchina? L’ansia va giù.
  • Mi sorpassi da destra? La rabbia va su. Ti grido contro? La rabbia va giù.

Ansia e rabbia sono emozioni semplici ed elementari.

Se non l’hai già fatto, potresti leggere cosa sono ansia e rabbia perché la gelosia è complessa e composta prevalentemente da queste due emozioni.

La Gelosia si compone di Ansia, rabbia e una relazione sociale romantica, amicale, familiare, lavorativa, ….

Se l’ansia ci mette in allarme circa una probabile minaccia dalla quale dobbiamo difenderci, la rabbia è la più automatica strategia di difesa.

Quando pensiamo che potremmo essere feriti e quindi crediamo di poter vivere una situazione di pericolo possiamo adottare prevalentemente tre strategie. Non reagire-scappare, reagire male o reagire bene.

Quando non reagiamo, perché pensiamo che tanto sarebbe inutile tanto non avremmo scampo, allora cominciamo a diventare tristi rassegnandoci all’inevitabile perdita.

Se invece scegliamo di reagire uno dei modi per farlo male è quello di attaccare.

Ci arrabbiamo quando pensiamo che una regola che per noi è importante è stata infranta e soprattutto se a causa di questa violazione stiamo perdendo una cosa importante.

  • Mi superi a destra. Non si fa. Potevo farmi male. Ti inseguo gridando perché devo illudermi di poterti ferire (rabbia).

Adesso sono sicuro che stai cominciando a capire cos’è la gelosia.

  • Tu sei mia. Quello che fai non si fa. In questo modo potrei perderti. Devo difendermi. (Ansia+Rabbia).
  • hai salutato a quello? Quello ti vuole. Non dovevi parlargli tutto sto tempo. Io non do la colpa a quello. Io do la colpa a te. Sei una XXX.

Nel “geloso”, non bisogna inoltre trascurare una certa insicurezza e sensazione di vulnerabilità trascurata e non del tutto consapevole.

“Se tu sei mia, ma posso perderti è perché probabilmente io non sono abbastanza forte da saperti conservare”.

Come ogni altra emozione, anche la gelosia agisce su vari livelli. Può andare dal semplice fastidio e dalla semplice irritazione che al massimo ci fa mettere il broncio per un po’, alla sensazione di disperazione più estrema con ira funesta che distrugge tutto ciò che di più caro abbiamo vicino solo per avere quell’effimero ma potentissimo sollievo immediato. Le conseguenze dopo quel sollievo le conosciamo tutti.

La catena comportamentale potrebbe essere questa:

  1. Regola fortissima. Rigida doverizzazione.
  2. Frustrazione
  3. Catastrofizzazione
  4. Giudizio

Ad esempio: Tu devi fare così, così e così. Invece fai questo, questo e questo. (REGOLE); Perché se non fai così io non lo sopporto e non posso sopportarlo (FRUSTRAZIONE); In questo modo tutto sarà un disastro più totale ed un casino assoluto (CATASTROFIZZAZIONE); In questo modo tu sei una XXXXXX ed io faccio la figura del XXXXXXXX (GIUDIZIO); Tutto questo non posso accettarlo e lo impedirò.

La gelosia è strana perché spesso ci fa amare la stessa cosa che ci spaventa.

Altre volte si riversa su altre: amo te ma sono geloso di Y.

Tutto quello che ci siamo detti, naturalmente non riguarda solo gli uomini.

Riconoscere le proprie emozioni, i propri pensieri ed i propri comportamenti anche in questo caso è quindi necessario per ritrovare una maggiore e più adeguata serenità.

Sò che la gelosia non si esaurisce in queste poche righe. Per me era solo importante riuscire a definire in confini dentro il quale la gelosia si muove.

Approfondimento col video seguente (GELOSIA 2)

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